giovedì 7 novembre 2013

Rapsodia. 10 p.m.

Stavo lavando i piatti, distrattamente, accompagnata dal sottofondo del televisore a basso volume. Improvvisamente, mi sono fermata.
Con la spugnetta imbevuta di sapone a mezz'aria.
Lo sguardo fisso sulle piastrelle.
Il rumore dell'acqua che scorre.
Mi sono smarrita per un attimo, un solo attimo.
Poi mi sono ripresa.
Ho spento l'acqua, tolto i guanti, appoggiato la spugna sul fondo del lavandino e mi sono messa, mani a reggere la schiena, ad osservare il mio telefono sulla mensola.

Siamo la generazione social.

In un universo in cui tutti sentono il bisogno di raccontarsi attraverso la rete, di condividere con migliaia di altri utenti qualsiasi cosa accada, qualsiasi luogo, qualsiasi sentimento, di cercare un minuto di popolarità attraverso il maggior numero di like possibile. In un universo in cui cogliere un istante attraverso uno scatto ci illude di poterlo conservare per sempre, nei suoi colori, nelle sue sfumature, nelle sue melodie. In un universo in cui il verbo "imprimere" è affidato alla materialità e non alle sensazioni... c'è ancora spazio per la memoria? Per i ricordi? Per conservare un minimo di intimità, di rispetto di se stessi e dei propri spazi?


Sono meno strana di quanto crediate. Il pensiero non è nato dal nulla.
Ma da quel lieve sottofondo che stava accompagnando il mio lavoro in cucina.

Mai avrei pensato di sentirmi colpita in pancia così forte, con la mia coscienza virtuale inchiodata al muro. Non ho chiesto io di nascere in un'era veloce, in cui farsi prendere la mano è un attimo. Non ho chiesto io il progresso tecnologico. Non ho chiesto io di essere 2.0.
Mi ci sono ritrovata.

E, a volte, quando meno te lo aspetti, capita che siano spot televisivi a ricordarti che puoi prenderti un attimo per fermarti. E pensare. Ad inchiostro.

"DVD, memory card, hard disk, Cloud... Prima di conservare i ricordi, bisogna viverli." - Spot Renault Captur

La petite Monique, Paris, 1934.
Robert Doisneau



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