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La locandina
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Premetto
che vedere Shakespeare messo in scena da una compagnia di soli uomini fosse uno
dei miei sogni nemmeno poi così tanto reconditi e che forse per questo motivo
potrei non essere del tutto imparziale nel fornire un giudizio in merito ai due
spettacoli, ma non credo di esagerare dicendo di non aver mai visto coniugare
così bene un rigoroso approccio al testo ad un’estetica contemporanea.
Forti di
scelte drammaturgiche che s’inscrivono nella più antica tradizione teatrale
grazie al ritmo serrato, ai giochi di equivoci, travestimenti e amori sbagliati
come solo il bardo di Stratford-upon-Avon sa fare, i Propeller trovano nelle
regie di Edward Hall (figlio del più ben noto Peter, fondatore della Royal
Shakespeare Company) la loro dimensione ideale. Poliedrici, in grado di giocare
con la voce sull’onda di eccellenti prove polifoniche e suonare i più svariati
strumenti musicali, si esibiscono sulla scia di citazioni contemporanee senza
mai allontanarsi dall’essenza del testo, presentando uno Shakespeare leggero,
incredibilmente chiaro, dimostrando che la differenza linguistica non è uno
scoglio insormontabile per la comprensione di uno spettacolo.
L’attenzione
dello spettatore è tenuta alta da numerosi espedienti: rottura iniziale della
quarta parete, con gli attori che girano tra il pubblico con fare curioso prima
ancora che lo spettacolo sia iniziato; frequenti e deliziosi siparietti
musicali che si protraggono oltre il palcoscenico, nel foyer del teatro (divertentissima la performance durante l’intervallo di The Taming of the Shrew, in cui, in abiti di scena, si sono esibiti
in una personalissima versione di Stand
by me con il nobile fine di una raccolta fondi per la lotta al cancro); costumi
coloratissimi e vivaci... La scenografia stessa lascia spazio alla fantasia
dell’attore e del pubblico di sbizzarrirsi, attraverso “armadi” mobili che
fungono all’occorrenza da portoni di casa, da passaggio sulla scena tra interno
ed esterno, attraverso cassettiere che diventano praticabili da sfruttare per
giocare su più livelli di altezze.
Se
dovessi esprimere un giudizio personale, tra i due spettacoli credo di aver
trovato più interessante Twelfth Night.
Vuoi per via nelle numerose trovate registiche, per l’esaltazione del gioco di
travestimenti, che qui tocca tre livelli (un attore di sesso maschile che interpreta
un personaggio femminile come Viola che a sua volta, nell’opera, si traveste fingendosi
uomo), vuoi perché La bisbetica –
testo, tra l’altro, a cui sono molto legata – ha quel suo finale amaro che non
fa molto felici noi donne.
Superlativo
Ben Allen nel ruolo di un’Olivia che a mio parere una donna non sarebbe mai
riuscita a rendere con così tanta grazia e innocenza senza scadere nella
civetteria. Un po’ meno convincente l’ossigenato - per esigenze di copione - Joseph
Chance nei panni di Viola, in lieve difficoltà nel mantenere equilibrio tra la
parte maschile e femminile, facendo molto spesso predominare la prima anche
quando era richiesta la seconda. Meravigliosamente bravi tutti, che hanno dimostrato di avere una prestanza e un’agilità fisica degna dei comici
dell’arte (bravura che ha avuto modo di manifestarsi soprattutto in The Taming of the Shrew).
Ma la
cosa ancor più meravigliosa, a di là delle emozioni regalate, è l’approccio
degli stessi Propeller al teatro a colpire. Come dice Edward Hall, “amiamo
recitare ovunque: incontrare pubblici diversi ci fa crescere come artisti e ci
consente di condividere con un numero sempre maggiore di persone la grandezza
di Shakespeare”. Ambasciatori di cultura, dunque. Cosa che, negli ultimi tempi,
è più che ben accetta.
Per
sapere di più sui Propeller:
Sito internet: http://propeller.org.uk/home
Pagina Twitter: https://twitter.com/PropellerTheatr
Canale Youtube: https://www.youtube.com/user/PropellerVideo?feature=watch
*le
immagini sono prese dal sito internet dei Propeller. Ogni diritto è riservato.



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