sabato 3 agosto 2013

"Cieco, mentre prima vedeva". L'Edipo Re a Siracusa

Due mesi d’assenza sono tanti da colmare e spero, in qualche modo, di farmi perdonare promettendo a voi, cari lettori, di raccontarvi nei post a venire le avventure che mi hanno tenuta lontano dal blog per così tanto tempo. Per iniziare a recuperare terreno, ho deciso di scavare un po’ nei meandri della memoria e dedicare questo post a una piccola parte della meravigliosa esperienza siciliana che ho avuto modo di vivere, sotto il primo sole di giugno, in compagnia di Giulia e Laura.

Già da un anno, insieme con le mie compagne di brigata, si ventilava l’idea di scappare dal caos cittadino – e dallo stress universitario – per rifugiarsi nella bella Siracusa, con i piedi a mollo, il vento tra i capelli e la promessa di uno spettacolo serale. Dopo qualche tempo passato a tentare di conciliare turni di lavoro e date d’esame con una piccola pausa dal sapore estivo, siamo riuscite a prendere le redini del nostro tanto desiderato viaggio. Valigia, biglietto aereo, abbonamento al Festival delle rappresentazioni classiche e via, verso la Sicilia.

Avrò modo di descrivervi questo viaggio nei dettagli mano a mano che le immagini riaffioreranno, ma per ora vorrei limitarmi a parlarvi del nostro primo incontro con la tragedia classica nella splendida cornice del teatro greco di Siracusa. Vuoi per le emozioni legate alla prima volta, vuoi per la suggestione del luogo, vuoi per il fatto di essere finalmente, davvero, lì… Con l’Edipo Re di Daniele Salvo è stato amore a prima vista.









Dopotutto, a detta di molti, da questo brillante regista non ci si poteva aspettare diversamente: forte di già due clamorosi successi siracusani – il primo nel 2009 con Edipo a Colono e il secondo nel 2010 con Aiace – Salvo ha ottenuto per la terza volta il prestigioso incarico dall’Istituto Nazionale del Dramma Antico portando sulla scena l’Edipo Re, a chiusura di questa “trilogia” dedicata agli eroi sofoclei. A predominare nelle scelte registiche è lo spessore psicologico di cui ogni personaggio è caricato, nel pieno rispetto del testo originale; ma a far la differenza è la capacità di Salvo di concretizzare sulla scena in tinte fosche, talvolta agghiaccianti, il peso dell’infelice destino che ciascuno si porta appresso. L’Edipo di Daniele Pecci (che mai in vita mia avrei pensato fosse un così bravo attore teatrale) è un Edipo soldato, titanico, dispotico, un sovrano la cui vita è da sempre e per sempre vincolata alla volontà invisibile e superiore della Sfinge (concetto ulteriormente evidenziato sulla scena dalla presenza di un’enorme struttura a forma di testa di Sfinge che funge da Palazzo regale), qui dio regolatore della vicenda. A dar voce, nel vero e proprio senso della parola, all’inquietudine del re, è Melania Giglio, spettro della Sfinge, che con le sue incredibili abilità vocali ha inchiodato ogni spettatore al cuscino, in un misto di stupore e angoscia, a chiedersi quale fosse la vera natura di quel canto greco salmodiante pronunciato in modo così ipnotico. Questa però, non è che la prima delle forti scelte registiche attuate da Salvo: l’ingresso sulla scena del coro proietta lo spettatore in una dimensione ancora più inquietante. Grazie alle scelte costumistiche di Maurizio Balò, lunghi mantelli neri, bastoni e protesi facciali grottesche uniformano il coro non solo nella sua dimensione vocale ma soprattutto in quella scenica.

Personalmente, devo ammettere, mi sono trovata assolutamente concorde con il tipo di impostazione registica attribuito alla tragedia sofoclea per tutta la durata dello spettacolo, eccetto che nel finale. Edipo, come è noto, una volta divenuto consapevole di aver ucciso suo padre e sposato sua madre, si acceca e si allontana da Tebe, affidando regno e figli al cognato Creonte. Lo spettacolo siracusano si conclude con un enorme fascio di luce dal quale Edipo viene investito e verso cui un Daniele Pecci tutto imbrattato di sangue e sorretto da un bastone si dirige, arrampicandosi su di una scalinata fino ad attraversare il portone da cui la luce proviene, con quel tipo di sottofondo musicale apocalittico che piace tanto nei momenti di pathos. A mio parere, nonostante la scena fosse estremamente suggestiva, con questo salvare in extremis il personaggio di Edipo, Salvo ha banalizzato uno spettacolo pressoché perfetto. Edipo è un personaggio titanico e come ogni personaggio titanico che si rispetti ha la sua massima elevazione nella sua caduta. Innalzarlo ad un livello superiore, quasi mistico, facendolo avanzare verso la luce, è come un volergli dare quella sorta di perdono cristiano per essersi ravveduto e punito per le sue azioni, per aver visto la verità. Edipo è sempre stato cieco, quella raggiunta sul finale è solo una condizione fisica che riconferma la sua incapacità (o non-volontà?) di vedere la verità. Se fosse dipeso da me, avrei lasciato Edipo schiacciato dagli eventi, dalla superiorità del coro, a piangere sulla propria miseria, perché “non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere”.

Ma, ovviamente, questa è la mia interpretazione personale. Voi cosa ne pensate? Qualcuno di voi ha visto lo spettacolo?



S.


P.S. Qui sotto trovate alcune delle fotografie che ho scattato durante lo spettacolo, spero vi piacciano! Non ero proprio vicino, eh, ma ho cercato di fare del mio meglio... ;)


  


























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