Due mesi d’assenza sono tanti da colmare e spero, in qualche
modo, di farmi perdonare promettendo a voi, cari lettori, di raccontarvi nei
post a venire le avventure che mi hanno tenuta lontano dal blog per così tanto
tempo. Per iniziare a recuperare terreno, ho deciso di scavare un po’ nei
meandri della memoria e dedicare questo post a una piccola parte della
meravigliosa esperienza siciliana che ho avuto modo di vivere, sotto il primo
sole di giugno, in compagnia di Giulia e Laura.
Già da un anno, insieme con le mie compagne di brigata, si
ventilava l’idea di scappare dal caos cittadino – e dallo stress universitario
– per rifugiarsi nella bella Siracusa, con i piedi a mollo, il vento tra i
capelli e la promessa di uno spettacolo serale. Dopo qualche tempo passato a
tentare di conciliare turni di lavoro e date d’esame con una piccola pausa dal
sapore estivo, siamo riuscite a prendere le redini del nostro tanto desiderato
viaggio. Valigia, biglietto aereo, abbonamento al Festival delle
rappresentazioni classiche e via, verso la Sicilia.
Avrò modo di descrivervi questo viaggio nei dettagli mano a
mano che le immagini riaffioreranno, ma per ora vorrei limitarmi a parlarvi del
nostro primo incontro con la tragedia classica nella splendida cornice del
teatro greco di Siracusa. Vuoi per le emozioni legate alla prima volta, vuoi
per la suggestione del luogo, vuoi per il fatto di essere finalmente, davvero,
lì… Con l’Edipo Re di Daniele Salvo è stato amore a prima vista.
Dopotutto, a detta di molti, da questo brillante regista non ci si poteva aspettare diversamente: forte di già due clamorosi successi siracusani – il primo nel 2009 con Edipo a Colono e il secondo nel 2010 con Aiace – Salvo ha ottenuto per la terza volta il prestigioso incarico dall’Istituto Nazionale del Dramma Antico portando sulla scena l’Edipo Re, a chiusura di questa “trilogia” dedicata agli eroi sofoclei. A predominare nelle scelte registiche è lo spessore psicologico di cui ogni personaggio è caricato, nel pieno rispetto del testo originale; ma a far la differenza è la capacità di Salvo di concretizzare sulla scena in tinte fosche, talvolta agghiaccianti, il peso dell’infelice destino che ciascuno si porta appresso. L’Edipo di Daniele Pecci (che mai in vita mia avrei pensato fosse un così bravo attore teatrale) è un Edipo soldato, titanico, dispotico, un sovrano la cui vita è da sempre e per sempre vincolata alla volontà invisibile e superiore della Sfinge (concetto ulteriormente evidenziato sulla scena dalla presenza di un’enorme struttura a forma di testa di Sfinge che funge da Palazzo regale), qui dio regolatore della vicenda. A dar voce, nel vero e proprio senso della parola, all’inquietudine del re, è Melania Giglio, spettro della Sfinge, che con le sue incredibili abilità vocali ha inchiodato ogni spettatore al cuscino, in un misto di stupore e angoscia, a chiedersi quale fosse la vera natura di quel canto greco salmodiante pronunciato in modo così ipnotico. Questa però, non è che la prima delle forti scelte registiche attuate da Salvo: l’ingresso sulla scena del coro proietta lo spettatore in una dimensione ancora più inquietante. Grazie alle scelte costumistiche di Maurizio Balò, lunghi mantelli neri, bastoni e protesi facciali grottesche uniformano il coro non solo nella sua dimensione vocale ma soprattutto in quella scenica.
Personalmente, devo ammettere, mi sono trovata assolutamente
concorde con il tipo di impostazione registica attribuito alla tragedia
sofoclea per tutta la durata dello spettacolo, eccetto che nel finale. Edipo, come è noto, una volta divenuto
consapevole di aver ucciso suo padre e sposato sua madre, si acceca e si
allontana da Tebe, affidando regno e figli al cognato Creonte. Lo spettacolo siracusano
si conclude con un enorme fascio di luce dal quale Edipo viene investito e
verso cui un Daniele Pecci tutto imbrattato di sangue e sorretto da un
bastone si dirige, arrampicandosi su di una scalinata fino ad attraversare il
portone da cui la luce proviene, con quel tipo di sottofondo musicale
apocalittico che piace tanto nei momenti di pathos. A mio parere, nonostante la
scena fosse estremamente suggestiva, con questo salvare in extremis il personaggio
di Edipo, Salvo ha banalizzato uno spettacolo pressoché perfetto. Edipo è un
personaggio titanico e come ogni personaggio titanico che si rispetti ha la sua
massima elevazione nella sua caduta. Innalzarlo ad un livello superiore, quasi
mistico, facendolo avanzare verso la luce, è come un volergli dare quella sorta
di perdono cristiano per essersi ravveduto e punito per le sue azioni, per aver
visto la verità. Edipo è sempre stato cieco, quella raggiunta sul finale è solo
una condizione fisica che riconferma la sua incapacità (o non-volontà?) di
vedere la verità. Se fosse dipeso da me, avrei lasciato Edipo schiacciato dagli eventi, dalla
superiorità del coro, a piangere sulla propria miseria, perché “non c’è peggior cieco
di chi non vuol vedere”.









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